Interview for Il Reportage#38

Da oltre dieci anni Fabio Bucciarelli testimonia con il suo lavoro di fotoreporter eventi bellici e crisi umanitarie. Ha ricevuto i più importanti premi internazionali di fotografia documentaria, tra i quali il Robert Capa e il World press photo, ed è autore di libri e monografie. Le sue immagini vengono regolarmente pubblicate sui principali quotidiani e sulle principali riviste italiane e del mondo. In questa lunga chiacchierata ci ha raccontato il suo lavoro e che cosa significhi per lui documentare il presente.

Fabio, come è entrata la fotografia nella tua vita e quando hai capito che avresti voluto seguire conflitti e crisi umanitarie?

Facevo l’ingegnere delle telecomunicazioni a Barcellona nel 2007-2008 e in quel momento ho iniziato anche a interessarmi di fotografia, così sono entrato nel mondo dei fotografi di Barcellona che in quegli anni era molto vivo. Con un gruppo di amici abbiamo creato un collettivo e ho imparato molto dalle persone che frequentavo a quel tempo. Per un anno ho portato avanti le due cose: uscivo dal lavoro alle 18 e mi dedicavo alla fotografia tutta la notte. Nel 2008 ho partecipato a un workshop con Philip Blenkinsop, che mi ha aiutato ad aprire gli occhi sul fotogiornalismo: mi ha insegnato come leggere la fotografia… come costruirla in relazione a coloro che la leggono, come funziona l’occhio del fruitore di immagine quando entra nel frame, come costruDopo aver testimoniato con i suoi lavori guerre e rivoluzioni degli ultimi dieci anni, il pluripremiato Fabio Bucciarelli ha cominciato a lavorare a “Ferite d’Italia”, un viaggio pasoliniano attraverso la nazione. I tempi in cui era ingegnere delle telecomunicazioni a Barcellona ire le immagini per fare in modo che l’occhio che le guarda faccia il percorso che il fotografo ha scelto. Mi ha insegnato a costruire la fotografia attraverso i diversi livelli dell’immagine, a usare il 35mm e a vedere la fotografia come uno strumento che aiuta a superare i limiti personali. Dopo questo workshop ho deciso di lasciare il mio lavoro di ingegnere e di fare il mio primo lavoro fotografico. Sono andato in Turchia e in Iran e poco dopo c’è stato il terremoto dell’Aquila. Sono mezzo abruzzese e quindi sono andato subito a documentarlo. Con quelle foto ho iniziato a lavorare per l’agenzia La Presse come fotografo staff seguendo eventi di ogni tipo, ma ho capito presto che non avevo lasciato il mio lavoro per fare quel tipo di fotografia. Volevo dedicarmi a immagini indelebili che potessero smuovere le coscienze, palesare realtà lontane dal nostro mondo occidentale. Ero spinto dalla ragione nobile di documentazione di fatti che senza un fotografo o un cameraman non si sarebbero venuti a conoscere. Quindi ho lasciato anche l’agenzia e ho deciso di cominciare a lavorare come free-lance. In quel momento ho iniziato a occuparmi di eventi di carattere umanitario. Nel febbraio del 2011, per Il Fatto quotidiano, sono andato a documentare il conflitto libico dagli albori, prima dell’intervento Nato, e ho poi continuato a seguire quella guerra. (…)

L’intervista completa è pubblicata su Reportage n°38.

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