I Dannati della Terra

I Dannati della Terra
Fabio Bucciarelli per La Stampa - October 2012
Bab al-Salaama, Siria.

Poco più di un chilomentro separa la guerra dalla pace. Bab al Salaama, la porta verso la pace, così si chiama la terra di nessuno circondata da mine antiuomo che divide la florida Turchia dall’ombra di una Siria distrutta dalla folle ferocìa di Assad. Probabilmente il chilometro quadrato più densamente popolato del Medio Oriente, dove centinaia di migliaia di profughi giacciono da mesi nell’attesa di ritornare alla loro Itaca. Non sono tutti uguali nemmeno lungo questa linea di asfalto. Da una parte i cosidetti profughi regolari, quelli accolti nelle tende della Mezzaluna Rossa. Tante tende bianche, ma non abbastanza per raccogliere il grande esodo siriano. Dall’altra, i dannati della terra, quelli che non hanno trovato spazio nella patria di Ataturk: qualche migliaia di persone abbandonate al loro destino.

 

Passato il controllo passaporti turco ed i due check point del Free Syrian Army, ci dirigiamo verso il girone dei dimenticati.  Un grande spazio aperto, una volta utilizzato come autoporto, dove il sole risparmia solamente quella manciata di profughi che hanno avuto la fortuna di trovare spazio nei tre hangar adibiti al ricovero degli autoarticolati. Lunghi capannoni  ricoperti di tappeti e di uomini. C’è anche Abdullah, poco più che teenager, vestito di tutto punto con la sua stropicciata camicia azzurro carta da zucchero infilata negli stretti pantaloni, e nel taschino penna e calamaio. Parla un inglese pacato e comprensibile, grazie ai suoi brevi studi all’università di Aleppo. Adbullah, esule da quaranta giorni, ha sempre appoggiato la rivoluzione, ma non ne ha mai potuto prender parte: il suo arduo compito è quello di accudire i  suoi tre fratelli sordomuti, mentre il pater familias, ad Aleppo, difende la casa dagli sciacalli della guerra. Gli occhi sono di un marrone dolce intenso e colmi di paura, mentre nel suo cuore cova l’odio per il Presidente Bashar al-Assad. Come Mustafa, il minuto cinquantenne armato dei suoi soli baffetti arabi, a cui non basterebbe vedere il dittatore detronizzato: lo vorrebbe morto sotto il fuoco dei guerriglieri della rivoluzione per la paura di un improvviso ritorno. Come spesso accade nei paesi arabi, dopo pochi minuti la nostra discussione diventa affare comune e una folla scomposta ci stringe in un materno abbraccio. La stretta diventa sempre più forte, fino a quando alla parola “Iran”, si solleva un boato ed un’unica opinione: “noi mussulmani siamo tutti fratelli e l’Iran, amico di Russia Cina e degli Hezbollah, è nemico di Allah. Credono che ogni dieci siriani uccisi, uno di loro potrà conquistare il regno dei cieli”

Per evadare dalla folla usciamo dagli hangar e ci dirigiamo verso il grande piazzale addobbato da qualche leggera tenda donata dall’emiro del Quatar. Alla nostra vista, torme di bambini abbandonano i loro giochi tra le auto arrugginite e le acque di scolo delle puzzolenti latrine e ci circondano con le loro piccole mani rivolte verso il cielo, imitando il segno di vittoria e chiedendoci di essere fotografati. Come in Egitto, in Libia e anche in Siria la V di vittoria, di verità o di vendetta orna diverse fotografie della primavera araba. Simbolo e speranza del movimento rivoluzionario.

Richiamati da una monotona cantilena distorta dagli altoparlanti a tutto volume, seguiamo la quotidiana folla che si riunisce per invocare l’unico dio dell’Islam. Allah u Akbar! Allah u Akbar! risuona nelle nostre orecchie e nei loro cuori. I bambini ci salutano ed imitano gli adulti che guardano il cielo, come nell’attesa di un segno per continuare a credere. Ma ci sbagliamo: la loro fede è così forte che non ha bisogno di nessuna conferma. Riuscirà il loro Dio, senza l’aiuto di un intervento internazionale, a liberarli dal giogo del dittatore?