L’odore della guerra (book)

L'ODORE DELLA GUERRA: INVIATI AL FRONTE

Aliberti Editore
Text: Fabio Bucciarelli & Stefano Citati
Photos: Fabio Bucciarelli

Some review about the book on:

                                                                                                                                                       

Prefazione di Mimmo Càndito

Che cosa resta, della guerra, negli occhi di chi l’ha vista? nella sua testa, nel cuore, nelle emozioni negate, nella memoria che, sempre, si porterà dentro?Il reporter di guerra è un fratello bastardo di Lord Jim. Non ha i tormenti e le angosce che accompagnano il racconto di Conrad, però sa bene di essere stato un  avvoltoio che ha vissuto sulla pelle di chi la morte brutta ce l’ha per destino, ne ha raccontato la vita grama e le miserie, gli ha parlato, li ha anche inchiodati di scatti e di inquadrature puttane, e poi comunque, se n’è tornato a casa, lasciando laggiù questi che dovranno morire. Loro, non lui. Alla fine, questa traversata nel corridoio della morte lascia però segni incisi in profondità. Per alcuni, sarà l’impronta indelebile d’un cinismo autoprotettivo, una sorta di scudo psicologico che respinge le forme d’identificazione della realtà.  Per altri, invece, è quella empatia solidaristica che Kapuscinski assegna come compagna duratura d’ogni esperienza che verrà dopo il viaggio nel racconto della morte.

C’è un puzzo stantio di retorica in entrambi i profili, certamente. E però, quando il reportage di guerra non sarà stato un’avventura occasionale del lavoro giornalistico ma una sua forma professionale, allora  i profili riacquisteranno veridicità e credibilità. Quanto meno, per coloro che vi stanno dentro (e Citati e Bucciarelli vi sono ben dentro, a leggere ora le loro pagine di questo libro).

E’ convincimento diffuso che a morire in guerra sia anzitutto la verità. E dunque che il lavoro del reporter (quale che sia il profilo sotto il quale si sviluppa il suo racconto) sia sostanzialmente inutile, condannato a scontare la impossibilità di un ”assignment” che per essere realizzato dovrebbe distruggere le pale - lente ma inesorabili - di troppi mulini: le astuzie subdole e allettanti del potere politico, i camuffamenti del potere militare, la stessa indifferenza del consumo culturale, piegato ormai a subire passivo la fascinazione bugiarda dell’estetica dell’apparenza.
Questa estetica è la nuova palude dentro la quale si perde il progetto del giornalismo (non solo il giornalismo di guerra, ma questo soprattutto). La velocizzazione della comunicazione – ammoniva Paul Virilio – è indifferente alla qualità dell’informazione. Con il risultato che l’accelerazione dei tempi produttivi nella trattazione delle notizie impone – in questo nostro secolo elettronico – la caduta della linea di separazione tra il reale e il verosimile; tutto diventa uguale, vero o non-vero, purchè venga comunicato. E se il reporter però muore in un suo velleitario tentativo di opporsi alla omologazione della “indifferenza” che Virilio denuncia come destino ineluttabile della costruzione della conoscenza oggi, peggio per lui e per la sua stupida presunzione di raccontare “la verità”.

Se di verità si lavora (ma poi la verità appartiene ai filosofi e ai teologi, nei loro progetti di studio e ricerca, non certo al giornalismo), allora la guerra di Libia è stata una guerra sporca quanto poche altre. Sporca, perché nel campo di battaglia giostravano bandiere e attori che mentivano spudoratamente. E se smontare le mitomanie di Gheddafi non era un lavoro granchè difficoltoso, si mostrava più imbarazzante – o comunque meno sostenuto da elementi di fatto incontrovertibili – disvelare le menzogne e gli inganni di chi era accorso in Libia per liberare la libertà. [...]

[...]Il lavoro sporco si è chiuso a ottobre di quello stesso anno, quando la caccia all’uomo mascherata da “guerra a difesa dei civili” è terminata con l’ammazzamento violento di Gheddafi, inseguito fin nel suo ultimo momento dai caccia della Nato e dall’”illuminazione” del bersaglio che da terra operavano gli “agenti” francesi (il racconto che ne fa Bucciarelli, furioso e frustrato per essere stato al cospetto dello svolgimento della Storia, rivela tutta la passione, e l’impegno, con i quali il reporter lavora sul campo fino a rischiare anche la morte. Forse, talvolta,  non è tanto lo statuto della verità a motivare la passione e l’impegno, ma piuttosto l’orgoglio di corrispondere al senso alto del proprio lavoro; ciò che conta, comunque, è il desiderio di fare un racconto che sia atto testimoniale, garanzia della sua autenticità contro il montare del valore della “virtualità”, in un giornalismo sempre più chiuso dentro il macchinismo estraniante delle tecnologie elettroniche). L’Italia – tentata dalle sue storiche relazioni con la Libia e però presa dentro le titubanze opportunistiche di Berlusconi, che dicendo di “non voler disturbare Gheddafi” pensava anche, forse, agli interessi nazionali da salvaguardare, ma certamente pensava prima a se stesso e ai suoi personali interessi politico/affaristici – ha scontato il ritardo nell’appoggio alla Rivoluzione degli Shebab. Che è stata una rivoluzione di popolo anche quando le manovre politiche e gli affari passavano ben alti sulla testa dei ragazzi che andavano a fare la guerra per la libertà, con i sandali ai piedi e le mani nude e lo stesso entusiasmo romantico di un lontano Risorgimento.

Che cosa resta negli occhi di chi la guerra l’ha vista, lo si trova nel racconto di queste pagine. Mi piace pensare che il lavoro di Stefano e di Fabio sia comunque un atto di riconoscimento, e di omaggio, per quei ragazzi che facevano la guerra della libertà inseguendo una illusione felice, anche quando morendo in uno strappo tragico di realtà.

In questa guerra è morto anche un giornalista inglese, un fotoreporter tra i più bravi al mondo, Tim Hetherington. Ci siamo incontrati nel buio cieco d’una notte di bombardamenti, sul molo di Misurata. Io avevo finito la mia settimana di “assignment” nella città inchiodata dall’assedio dei gheddafiani; e partivo per tornare a Bengasi. Lui cominciava in quella stessa notte, sbarcando dal battello su cui mi sarei imbarcato io. Era stata una settimana durissima, tra le più dure di quaranta anni di cronache di guerra. “Ma poi, quanto è pericoloso ?”, mi chiese Tim, venendomi incontro sul molo tagliato dal vento freddo della notte. Tim era alto, magro, una bella faccia ossuta; cì eravamo incontrati su qualche fronte, storie spesso simili di reporter senza bandiera. “Se ne può uscire vivi, il pericolo più forte è quello dei missili e delle bombe, che cadono dovunque, senza un bersaglio preciso”. Ci abbracciammo, lui andò nella notte, verso la città perduta dentro il buio senza luna, io mi imbarcai.

Il giorno dopo Tim fu colpito da una bomba senza bersaglio. E morì. Dentro i suoi occhi si è portato tante storie di guerra, come ogni reporter.