Caro Domenico

Fabio Bucciarelli per Il Fatto Quotidiano
30/04/2013 - Torino

 

Consigliano a chi vuole vedere la storia da vicino, a chi vuole partecipare agli avvenimenti in prima persona, di seguire i fotografi. Loro hanno bisogno di sentire la storia e la terra tremare sotto i loro piedi per scattare le immagini che diverranno testimonianza. Avere l’incoscienza dei fotogiornalisti non è un lavoro per tutti. Durante la mia breve carriera le conto sulla dita di una mano il numero dei writers che sono venuti con me, che hanno deciso di lasciare il computer in albergo, ed armati di penna mi hanno accompagnato in prima linea.

Il taccuino rosso di Domenico c’è sempre. E’ fra i primi ad arrivare e fra i primi ad andare via. I suoi racconti sono sinceri e pungenti, e come lui si intrufolano nelle storie più dimenticate, quelle fuori dai circuiti main streem. Si traverse da Tuereg per affrontare il duro deserto Africano e da tunisino per attraversare con gli ultimi il mediterraneo. Domenico è un uomo curioso e sprezzante del pericolo come se non esistesse, pur essendo perfettamente conscio del rischio. Doti importanti per un buon reporter. Il suo corpo minuto e fragile, sempre coperto da stirate camice messe nei pantolani, racchiude il cuore che contraddistingue i grandi giornalisti. I suoi occhi raccontano le storie che ha vissuto: occhi tristi incastonati in un viso quasi magrebino.

La prima volta che ci siamo conosciuti fu a Tripoli, durante l’assedio delle foze non governative al compound di Ghedafi, Bab al-Aziziya. Fu un incontro fugage e sfortunato. Lui ed altri 3 giornalisti avevano preso la via errata durante l’entrata in città e furono sequestrati per circa 48h dall’esercito del Colonnello. Quando lo liberarono il suo sguardo era perso, spaventato e allo stesso tempo eccitato dalla libertà. Aveva visto la morte avvicinarsi e l’aveva schivata di un soffio. Il suo driver era stato ucciso sotto i suoi occhi e quelli dei suoi colleghi. Occhi che hanno conosciuto la paura e sono stati testimoni di un’altra morte ingiusta. Quasi con il senso di colpa che ferisci gli amanti della vita, è voluto tornare in Italia per raccimolare qualche spicciolo per la famiglia del giudatore giustiziato.

Da allora ci siamo sentiti più volte e sfiorati in Tunisia, Egitto e Siria ma senza avere la possibilità di lavorare insieme. Finalmente lo scorso febbraio, il suo giornale “La Stampa”, ha deciso di mandarci insieme in Mali per coprire “guerra” fatta dai Francesi per liberare le ex terre coloniali dall’invasione dei fondamentalisti islamici. Emozionato ed allo stesso tempo fiero di accompagnare Domenico, ci dirigiamo insieme verso quella che poi scopriremo essere una guerra invisibile. Frustrati ed affranti passiamo circa due settimane nel territorio Maliano, con la vana speranza di potere vedere il conflitto. Gli scontri rimasero lontani ma scoprimmo che le nostre idee erano sempre più vicine. Parlammo di guerra, di vita e morte. E di tanta Siria. Giusto in quei giorni era scomparso un buon amico, il brillante reporter Jim Foley lungo la strada che da Idlib porta ad Aleppo. Secondo UN più di 70.000 persone sono morte nei primi due anni di guerra civile. Diversi colleghi ci hanno lasciato ed altri sono stati sequestrati mentre cercavano di diffondere al mondo le ingiustie di questo conflitto. Ora anche Domenico manca all’appello; voglio pensare che presto, insieme a Jim, torni tra noi per raccontarci come meglio sa fare la storia dell’uomo.

 

Domenico Quirico mentre legge durante un momento di pausa in Mali.