Non per soldi, né per fama o riconoscenza

Fabio Bucciarelli per Il Fatto Quotidiano (del Lunedì)
06 / 05 /2013 - Roma

Le ragioni per cui si sceglie di fare questo lavoro non sono certo il denaro, la fama o la riconoscenza. Anche se a molti può sembrare strano, nemmeno l’adrenalina è una ragione valida per mettere a richio la propria vita. Ad alcuni può sembrare un’idea romantica, ad altri un’utopia mentre ad altri ancora solamente una scusa, ma il vero motore portante per il reporter è la conoscenza. Una conoscenza curiosa, finalizzata alla comprensione del mondo e alla diffusione di un’informazione necessaria.

Come diceva Ryszard Kapuscinski “[…]ci sono persone che per loro natura devono conoscere il mondo in tutta la sua varietà”. Queste pesone sono i reporter, degli strani ometti che per “missione” vanno nelle zone più dimenticate del pianeta per riportare attraverso il loro occhi una testimonianza diretta. Anche loro, come San Tommaso, non  credono a quello che non vedono.

A questo punto, le domande legittime del lettore curioso diventano: “come si fa a diventare reporter?” “Come ci si avvicina alla professione più bella e pericolosa del mondo?”. Per non sbagliare, per non dare piste false, uso ancora le parole del maestro Kapuscinski e provo a spiegare velocemente la mia breve esperienza che mi ha portato a girovagare per il mondo alla ricerca di storie da raccontare.
Il giornalista polacco, nel suo libro “Autoritratto di un Reporter” vede il giornalismo come una vocazione, una vera missione, come  un lavoro che non solo implica lo scrittore o il fotografo, bensì l’intera storia dell’uomo. Il giornalismo visto quindi come un mezzo per potere raccontare l’umanità.
Chiaramente sono d’accordo con il reporter polacco ed aggiungerei che se non fossero queste le ragioni, non si rischierebbe la vita ogni qual volta si esce di casa.

Quello che  Kapuscinski non dice (probabilmente solo perché è morto prima) è che il mondo moderno, quello degli ultimi 10 anni, sembra essere meno interessato a questa nobile causa e che le risolrse dell’editoria non permettono agli aspiranti reporter di mettersi in gioco per l’informazione. Durante gli ultimi anni, a causa dell’uso crescente della tecnologia che ha reso il giornalismo una questione di velocità, una lotta contro il tempo nella quale i reporter vengono lodati di più per la loro celerità di invio -dei loro pezzi alle redazioni- piuttosto che per la qualità dei loro reportage, lo spazio per approfondire e trovare conferme alle notizie è sparito. Con l’avvento del citizen journalism, dove normali cittadini armati di smartphone arrivano prima ed in posti dove il giornalista fatica, la figura del reporter viene pian piano a scomparire.

Personalmente non ho nulla contro il citizen journalism, anzi penso che una maggiore informazione corrisponda a maggiori libertà. Bisogna però stare attenti al tipo di immagini o testi che arrivano da questo tipo di giornalismo (soprattutto se si trata di giornalismo di conflitto dove la ricerca della verità è cosa assai più complicata) e a non confondere informazione con propaganda e notizia con veridicità.

Proprio in questo momento di passaggio, momento di crisi per l’informazione, ecco che spunta nuovamente fuori la passione e la mission cara al nostro maestro. Giusto ora vengono fuori i freelance, squatrinati giornalisti che non vogliono sentirsi raccontare le cose, che non stanno alle regole dei giornali e non amano stare dietro una scrivania a scrivere ariticoli attraverso le news di agenzie, bensì vogliono verificare le fonti di prima mano, sentire l’odore ed il dolore dell’uomo prima di farlo diventare notizia.
Io come loro, ho abbandonato un sicuro lavoro da ingegnere per seguire il mio destino. Perché come detto, il giornalismo è un dovere verso l’intero mondo.