Aleppo

Fabio Bucciarelli per Pubblico - Ottobre 2012
Aleppo, Siria 

I segni delle brusche frenate delle auto sopravvissute alla battaglia di Aleppo rimangono sull’asfalto bucato all’entrata del Dar Al Shifa Hospital. Più che un ospedale, è uno stanzone di trenta metri quadrati nella zona centrale della città, Shaar, dove i feriti più fortunati vengono trascinati sul bagnato pavimento di sangue e lacrime. Vengono curati – o meglio bendati, dato che mancano gli strumenti necessari per ogni tipo di cura-  e dopo pochi minuti mandati via con lo stesso mezzo con cui sono arrivati. Parte di loro viene portata all’ospedale ad est della città, nella zona ancora sotto il controllo del regime, una piccola parte a Kilis, in Turchia, mentre la maggioranza viene abbandonata al proprio destino. Nei primi due casi rischiano di essere considerati sostenitori dei ribelli o di non arrivare alla frontiera. Nel terzo caso vengono direttamente accolti dalle braccia di Allah. E’ un flusso continuo di vittime tumefatte e oramai  irriconoscibili anche dai parenti più stretti, mentre una gamba staccata da un corpo viene mostrata  come trofeo ai presenti, vero segno di disperazione. Arriva un giovane uomo, con la corta barba, gli occhi pietosi e una maglietta bianca: la parte superiore del suo corpo non è  stata colpita dalle schegge dei mortai; nella parte inferiore solo i tendini tengono insieme gli arti diventati ammassi di ossa dilaniate.

Mi guardo intorno e mi chiedo come sia possibile una tale crudeltà, come sia possibile che la stragrande maggioranza delle vittime siano civili, bambini donne o anziani diventati carne da macello, bersaglio dei militari del regime. Penso che il conflitto armato non sia la soluzione ai contrasti fra gli uomini, ma nel caso si manifesti, debba rispettare il diritto internazionale. La realtà è ben diversa: non è mai così la guerra, ma vedere bambini non armati presi di mira dai cecchini, colpiti feriti accasciati, all’ospedale piangere e morire, non è guerra, è un puro gioco al massacro dove l’unico vincitore sarà l’odio.

Mentre a A Dar al Shifa continuano ad arrivare le vittime degli scontri, all’improvviso si alza un coro divino provenire dallo stanzone.  Anche oggi Allah è grande, ma non per incoraggiare i rivoluzionari alla frontilne, ma per consegnare un bambino alle mani di suo padre. Un povero padre sulla quarantina, con il cuore in gola ed il corpo del pargolo fra le braccia. La scena di dolore è così forte che anche io ho bisogno di mettere un filtro fra i miei occhi e la realtà. Tiro su la macchia fotografica e comincio a scattare: che almeno tutto il mondo sappia il massacro che si sta consumando in Siria.

Quando a casa rivedo le immagini, le lacrime si fanno più intense senza l’ammortizzatore digitale. Fra le fotografie ne trovo una che mi colpisce particolarmente, la forza dello scatto diventa espressione di dolore attraverso l’intimità del padre con il capo rivolto sul figlio morto tenuto fra le braccia. Come se il genitore volesse donare il figlio al proprio Dio.