The Jungle

Fabio Bucciarelli per il Fatto Quotidiano
Calais, France - 22 Febbraio 2016

 

Afkaar ha solo 23 anni, ma i suoi occhi raccontano la storia di un’esistenza oramai stanca di inseguire un sogno che giorno dopo giorno sembra allontanarsi. Lo stesso sogno che ha portato migliaia di persone fino a qui, sembra ora volere abbandonare Afkaar.

Nascosto sotto il suo cappuccio, comincia a raccontarmi la sua storia, iniziata quella maledetta notte di sei anni fa a Shalatek, il suo villaggio in Afghanistan, quando i talebani entrano in casa sua alla ricerca di suo fratello che lavorava come traduttore per l’esercito americano. Uccidono suo padre, mentre Afkaar riesce a scappare. Aveva solo 17 anni.

Dall’Afghanistan, attraverso l’Iran e la Turchia, pagando i contrabbandieri di uomini per arrivare in barca in Italia, e poi vagando attraverso l’Europa, ha trascorso gli ultimi sei anni di vita fra i campi di accoglienza in Italia e in Belgio.

Ogni sua parola rimbomba come l’eco delle migliaia di storie sentite, tutte diverse e allo stesso tempo tutte così simili. Storie di dolore e di morte, storie di una guerra a volte dimenticata, ma non poi così lontana.

Oramai sono otto mesi che Afkaar vive nella Giungla di Calais, ma da allora il tempo sembra essersi congelato. All’inizio, ha provato diverse volte a saltare sui camion diretti in Inghilterra, ma ogni tentativo è stato respinto e ha solo peggiorato la sua situazione. Adesso non può più andare in Belgio ed è stato deportato due volte in Italia, il paese che gli ha concesso l’asilo. “L’Italia è bella, ma non c’è lavoro. Quando mi hanno dato i documenti, ero libero, ma non avevo i soldi per prendere una casa in affitto. Che cosa potevo fare? Ho deciso quindi di venire qui.”

Ora vive nell’attesa e nella speranza che qualcosa possa cambiare, ma con la profonda convinzione che, anche questa volta, nessuno verrà ad aiutarlo. Come Afkaar, migliaia di persone vivono nella Giungla, profughi di guerra e di fame, provenienti in maggioranza dall’Afghanistan, dal Pakistan, dall’Iraq dal Sudan e dal Curdistan.

Così, mentre la pioggia continua a scendere sulle capanne di legno e di nylon, tra il filo spinato e la polizia francese, la Giungla rimane immobile, come un grande animale addormentato. Respira a stento, e raramente i suoi abitanti provano ancora il disgraziato salto verso l’Inghilterra. Ma a vederla più da vicino, entrando in questo immenso campo autogestito, ci si rende presto conto che vive di vita propria, dell’energia degli uomini e delle donne che vogliono andare avanti: le capanne sono state trasformate in ristoranti ed in hotel, ed in negozi, affogati in un mare di melma e fango, fanno i loro piccoli affari.

Nel cuore dell’Europa, ma lontana dai suoi occhi, la Giungla continua a vivere nella sua quotidianità, dando in qualche modo protezione ai suoi abitanti, fino a quando, il governo francese non cercherà per l’ennesima volta di smantellarla e di ricollocare i migliaia di profughi nelle strutture dislocate del paese. Ed allora, per qualche giorno, la giungla si risveglia per resistere. Così, proprio per domani, Martedì 23 Febbraio, è previsto l’ennesimo tentativo di distruzione di una parte del campo, secondo le autorità l’inizio di uno “sgombero umanitario”.

Anche Afkaar è consapevole che vogliono provare a uccidere la Giungla, e sorseggiando il suo te nel Kabul cafe, mi guarda ancora negli occhi e mi chiede: “Dove posso andare? La mia speranza è finita”.

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